La-grande-bellezza-the-great-beauty-oscar-2014-4

Perché amo La Grande Bellezza (e spero vinca l’Oscar…)

26 febbraio 2014

Gufano, gufano. Starnazzano, pontificano, decretano. Sparano condanne senza appello e diventano lividi di astio alla sola idea che La grande bellezza di Paolo Sorrentino possa vincere l’Oscar. La Rete, in questi giorni, ribolle di astio. Chi osa spendere parole di apprezzamento per il film viene subito colpito da frizzi, lazzi e starnazzi. E’ capitato anche a me, che non ho mai fatto mistero di quanto mi piaccia La grande bellezza: non passa giorno che non riceva almeno una mail in cui, nel migliore dei casi, mi si dà dell’incompetente e mi si invita ad andare a zappare la terra. Noi italiani siamo fatti così: ci lamentiamo per anni dello stato di crisi del nostro cinema e poi, quando un film italiano piace al mondo, vince i Golden Globe e si appresta a conquistare l’Oscar, gli spariamo addosso. Siamo gelosi, invidiosi, livorosi. Godiamo del nostro pavoneggiarci per essere “fuori dal coro”. In Francia, in Germania o in Inghilterra, quando un film è candidato all’Oscar, l’opinione pubblica sente quasi il dover “morale” di “cantare in coro”, e di sostenere all’unisono l’eccellenza della cultura nazionale. Da noi no. Noi siamo solisti. Noi dobbiamo distinguerci. Noi ci facciamo belli del nostro presunto “anticonformismo”. Siamo critici, noi. Severi, accigliati, intransigenti. Cioè individualisti, fanfaroni, ignoranti.

A me, lo confesso, La grande bellezza è piaciuto molto. Non so se è un bel film. Non pretendo che il fatto che piace a me sia un indicatore di valore assoluto. So che l’ho visto 6 o 7 volte, e credo che lo rivedrò ancora. Ogni volta che lo vedo, colgo con chiarezza tutti i suoi difetti, le sue imperfezioni, le sue fragilità. E tuttavia succede con questo film una cosa analoga a quella che può succedere con una donna: sai che ha quei difetti, eppure ti fa impazzire. Forse, ti fa impazzire proprio per quei difetti. Rapimento ed estasi.

Perché mi piace? Perché penso che sia un film potente. Molto fisico. Nel suo continuo attrito fra vitalismo e indolenza, tra frenesia e immobilità, fra i corpi di carne degli umani e i corpi di pietra delle statue, è molto più che una “dolce vita” dei nostri tempi cafoni. È un un mix di nichilismo, cinismo e disincanto che ha il coraggio di mettere in scena non sentimenti nobili, non storie di riscatto, non temi sociali e civili, non messaggi rassicuranti, non denunce urlate e ringhiose, ma semplicemente la scoperta di quanto l’uomo sia miserabile. Esattamente come faceva La dolce vita di Fellini. Anche quello non piacque più di tanto agli italiani. Anche quello fu deriso, stroncato, osteggiato. Con motivazioni analoghe a quelle con cui oggi stroncano Sorrentino: non c’è sviluppo narrativo, c’è poco racconto (come se un film dovesse per forza basarsi sui modelli di narrazione forte tanto cara alle fiction della Tv generalista…). Oppure. ci sono episodi gratuiti (qui l’episodio della suora, là – in Fellini – quello del “falso miracolo”). Qualcuno arriva addirittura a dire che La grande bellezza non gli piace perché scopiazza Fellini. Guarda caso, sono quasi sempre gli stessi che poi adorano Tarantino per la sua estetica citazionista. Misteri della fede, e della cinefilia. Sorrentino ha il grande merito – secondo me –  di aver realizzato un film che non dice al suo pubblico ciò che questi vorrebbe sentirsi dire, e che anzi va da un’altra parte. Senza compromessi, senza ipocrisie. Un film che ci mette di fronte alla percezione dell’irrilevanza. Della vanitas vanitatum.  Forse è per questo che gli italiani non lo sopportano. Perché ci dice che la “grande bellezza” evocata dal titolo, purtroppo, non ci appartiene più, non ci riguarda. Perché non la sappiamo riconoscere. Non la vediamo neppure, che si tratti di un rudere archeologico o di un film. Che il livore contro un film come questo sia l’estremo tentativo di esorcizzare la paura della cecità che sentiamo crescerci dentro?

5 commenti

  1. Si respira in questo film un l’afflato epico, la volontà di affresco storico, il piacere quasi letterario del racconto sineddotico, e sono tutti pregi, elementi mancanti nel cinema italiano contemporaneo che è un piacere vedere riuniti in un’operazione ambiziosa; quel che manca è la razionalizzazione di questi impulsi, il senso della misura; l’oscillazione indecisa tra narrazione antinarrazione lascia sul campo clamorosi buchi di sceneggiatura (il passato di Jep: come è diventato ciò che è? Il Jep passato non sembra collegabile a quello attuale, il momento topico della notte al faro non sembra affatto plausibile come momento che segna la sua vita per sempre) e fa dipendere la tenuta del film dall’interpretazione di Servillo, che per fortuna è bravissimo. Sorrentino si fa spesso sfuggire le fila del racconto; per esporre il tema del film basta il suo lungo incipit (personalmente il momento migliore): la lunga notte di volgarità danzante contrapposta alla passeggiata aurorale sul lungo Tevere, grande bellezza e grande miseria contrapposte, un contrasto che verrà riproposto in tutto il film in vari episodi, alcuni riusciti (la parentesi con la Ferilli) altri noiosi (l’incontro con il marito della donna amata) altri inguardabili (l’ultima mezz’ora, terribile per retorica, ridicolaggine involontaria, prolissità, effettistica scadente). La scrittura, efficace in alcuni momenti (il personaggio di Carlo Verdone, il dialogo/duello in terrazza con la radical chic) è incredibilmente povera in altri (il dialogo della suora sulle radici, alcuni enfatici monologhi interiori di Jep). Il grande merito di non aver parlato di politica nel film, concentrandosi invece su quella che dovrebbe essere la classe dirigente del paese (l’alta borghesia e il mondo dello showbiz) che si dimostra invece il peggio del peggio, è azzoppata dal demerito di una scarsa originalità nel tratteggiare questo tipo di umanità: il modello principale è ovviamente Fellini, ma non mancano cardinali mondani come quello de I nuovi mostri, signore bene norditaliche di Wertmuller-iana memoria ed un protagonista che rimanda ai protagonisti dei precedenti film di Sorrentino stesso: indolente, consapevole ma impotente, cinico e disilluso, Jep è Cheyenne ed è anche Titta ed è anche Tony ed è anche Geremia, e forse è anche un po’ il divo nel non vedere (o non voler ammettere) l’identità del suo vicino di casa. Aggiungo inoltre che mi ha dato l’impressione di una morale profondamente conservatrice, nostalgica di passate bellezze e virtù ormai eclissate, con il rischio di caduta in un generico “O tempora, o mores”.

  2. Ciao Gianni,
    sono una tua grande fan, ti seguo sempre su Sky, quando recensisci le prime dei film, sempre molto interessanti. Non riesco ancora a trovarmi in disaccordo con te!!!
    Anche per quanto riguarda “La Grande Bellezza”, sottoscrivo tutto quello che hai detto.
    Apprezzo molto il tuo lavoro, perché ho l’impressione che non ti lasci guidare dai pregiudizi o da quello che vogliono sentir dire le masse di sedicenti appassionati di cinema, contrariamente a molti tuoi colleghi! Mi piace credere che ti affidi prima all’istinto e solo successivamente fai appello a tutta la tua preparazione per stilare un’opinione. Non dobbiamo dimenticarci che il cinema è Arte; dovremmo prima guardare un film con la passione, solo in seguito con occhio critico. Tu questo lo fai. Molti mancano di onestà intellettuale e ne escono fuori, tra chi critica di professione e gli amatoriali, giudizi pleonasticamente artefatti e poveri di buon gusto. Al contrario le tue recensioni trasudano una ventata fresca di spontaneità, oltre ad un’evidente bagaglio culturale, che da solo non basterebbe.
    Complimenti, ti ammiro molto. In un mondo in cui si potesse scegliere cosa fare nella vita, vorrei diventare un critico cinematografico come te!!!

  3. Sorrentino nel suo film omaggia il presente. L’uomo di oggi, il suo pensiero, il suo sguardo, fotografando ad alta risoluzione il nostro tempo, nella più feroce mondanità sociale, raccontando con forza e leggerezza, la miserabilità morale e intellettuale.
    Un film che volutamente va contro le aspettative del pubblico, in ogni scena, sterzando in un percorso ad ostacoli tra riferimenti culturali alti e bassi, accostati in un linguaggio magistralmente pop. La musica poi, da sinfonica e aggraziata si fa banale e ripetitiva, seguendo così, il declino della vita nella attualità delle immagini.
    Dalla regalità delle statue che vivono e osservano in modo impassibile il flusso della vita, al tormento dell’animo umano in preda al panico, generato dalla precarietà dello spirito del tempo, Jep Gambardella è l’alone dell’uomo contemporaneo, di colui che, dalla troppa sensibilità sceglie di osservare piuttosto che partecipare, se non fisicamente.
    Nell’era dell’immaterialità, la crisi spirituale finisce per essere il male del secolo; la vera grande bellezza è la fede, impossibile disvelarla poiché qualcosa da percepire, la “Santa”, è esempio di infinita pienezza.
    Per Jep la grande bellezza è già passata, ovvero l’opportunità di vivere i sentimenti, non gli resta altro che, continuare a testimoniare il degrado spirituale.
    “Le vedi queste persone? Questa fama? Questa è la mia vita e non è niente”.

  4. La Grande Bellezza è un documentario sulla Roma d’élite la romanella godona, sulla “gauche au caviar” che s’attovaglia sulle terrazze per raccogliere fondi contro l’infibulazione in Togo. E’ la Roma delle feste delle teste di maiale, ipercafonal dove si mescolano in un osceno mix sociale il clero blasonato, il politico, la starlette, l’industriale, il giornalista, dove apparire è meglio che fottere e se fottono lo fanno via web con le minorenni. Niente di nuovo sotto al sole, diciamo la versione 2.0 della Dolce Vita. Pure allora Roma era cafonal, al tempo però la musica era di Piccioni e le minorenni come la Montesi le ritrovavano morte sulla spiaggia di Castelfusano. E’ per questo che urta i nervi a chi si riconosce, perché si sente preso per il culo a chi non c’è perché ci vorrebbe essere e rosica. A rendere questa atmosfera ci poteva riuscire solo un non romano come Sorrentino, solo chi non è immerso per nascita o apparenza può rendere con l’occhio attento e distaccato del documentarista i miti e i riti della Roma attuale, come fece al tempo Fellini anche lui “straniero”. Si somigliano nelle intenzioni, nonostante tutto ambedue moralisti.

  5. great put up, very informative. I ponder why the opposite
    specialists of this sector do not notice this. You must
    continue your writing. I am confident, you’ve a great readers’ base already!

Lascia un commento